Brindisi n.134/ Pinot noir e Merlot per “Roma”

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E sono quattro. Quattro volte che finisco a Roma e ogni volta mai per visitare davvero Roma ma per altri (a volte assurdi) motivi. La prima volta, ad esempio, ci capitai per partecipare a un quiz della Rai. Eravamo io e mio padre: squadra che vince non si cambia, ecco perché ci siamo tornati assieme, molti anni dopo, cercando lo stesso ristorante di Campo de’ Fiori. L’occasione, ora però, è un congresso nazionale dell’Onav sulla comunicazione del vino (promosso: davvero interessante, e ci sarà occasione per ritornarci anche su questo blog). Bocciati, invece, aihmé, i due bicchieri di rosso che abbiamo preso per accompagnare gli imperdibili tonnarelli cacio e pepe e i bucatini alla carbonara. Ci hanno portato un Pinot noir e un Merlot sfusi, e al limite del bevibile. Anvedi. Il merlot era insapore e inodore, e il Pinot alcol puro e ridotto sullo sfondo (qualche ora dopo Cernilli – guru del settore – suggerirà a chi scrive di vino: “Evitate tecnicismi ed eccessive nozioni organolettiche, studiate, preparatevi e dite, secondo voi, se il vino vi è piaciuto oppure no e perché). Ma l’atmosfera, quella, resta impagabile: tovaglia a quadretti, accento romanaccio, guardati a vista dalla statua di Giordano Bruno, il chitarrista che intona i Beatles in piazza, e, ovviamente, i banchi dei fiori. Roma: fa pure la stupida sta sera che te lo puoi permettere per quanto sei bella.

Partecipanti, 2: io e Massone senior.

Un brindisi per “Roma”, è detto tutto. La capitale, l’unica città al mondo che innesca un “effetto wow” continuo. “L’ho detto a Beppe”, anch’io. Nonostante i raggi – quelli del sole – completamenti assenti, Roma è calda, calorosa, colorata, mediterranea, ospitale.

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