Brindisi n.162/ Un Gavi docg per “gli alberi secolari”

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Si chiama Casa Vicina, ma è in cantina, tra le bottiglie dei vini del mondo, nella pancia di Eataly Torino, 1 stella Michelin. Si festeggia la limited edition, un Gavi 2009 di Broglia, raro, prezioso, l’imperatore dei bianchi. A tavola ci sono anche loro, Bruno, 32 anni (33 da un giorno: auguri!), Filippo, 26, e Roberto di 29, tutti Broglia, eredi di una dinastia di vignaioli che ha fatto la storia del Gavi. Nell’archivio di Stato, a Genova, è conservato il documento che lo testimonia: era il 972 e per la prima volta c’è traccia di vigneti e castagneti di proprietà del vescovo. Sorgevano sulle terre dove ora ci sono i loro poderi con agriturismo, cantine e 60 ettari di vigneti. Nello scritto si parla di Meirana, nome della tenuta dalla quale oggi si accede attraverso un viale di carpini piramidali, quelli che a me sembravano cipressi, ma Bruno – che quei suoi alberi se li è trovati fotografati su La Stampa in un articolo dedicato al Gavishire – mi ha rimproverata: “Non chiamarli cipressi!”. Era estate, ed è allora, e in questo modo, che sono nate stima e amicizia, annaffiate dalle bollicine del Roverello. A Torino, con il baccalà mantecato e cialda di mais croccante, la cena per Mister 2009 Limited Edition comincia con un Gavi La Meirana 2015: Bruce Sanderson, su Wine Spectator, lo elogia per il suo bouquet di pesca, mela, fiori di camomilla e l’inconfondibile mandorla.

Partecipanti, tanti: amici, esperti, enologi, giornalisti.

Un brindisi per “gli alberi secolari”. E i carpini, in particolare, ai quali Mauro Corona ha dedicato parole che meritano di esser riportate integralmente: “E il duro dei duri è il carpino. Solo con lui si costruiva il corpo delle pialle. Come nell’umana società, ci sono discriminazioni anche nei boschi. Esistono infatti nella stessa famiglia carpini bianchi e carpini neri. Mio nonno cercava i neri che sono i più tosti e compatti, ma nel cerchio delle sfide tra duri, c’è sempre qualcuno che lo è un po’ di più. Il carpino ama il terreno sassoso dove gli stenti incurvano la vita. Cresce sfruttando quella poca sostanza che la natura gli concede. Si nutre di rari e preziosi cristalli, succhiati dalle radici alla madre terra, che lo rendono, negli anni, di una compattezza marmorea. Il carpino viene su lento e stentato e ogni suo centimetro di statura è una faticosa e dolorosa conquista. Di carattere testardo, cresce storto, ossuto, inquieto e ramingo. Nelle fattezze contorte e nodose vi si legge un dolore antico e impenetrabile. Se capita di vedere un carpino diritto, è bene ricordarsi che si ha di fronte, ironia della natura, un portatore di handicap. Il carpino assomiglia un po’ all’ulivo nelle forme torturate, ma mentre l’ulivo esprime e lascia vedere tribolazioni, il carpino trattiene il dolore nelle intime fibre del suo essere. E’ un solitario e ama fissare l’orizzonte. Non chiede nulla e di nulla ha bisogno. Anche quel sentimento chiamato amore rappresenta per lui un problema difficile. Conosco la storia di quel carpino che invaghitosi di una betulla la sposò. Ma quando lei volle mettere le tendine alle finestre e chiamò i ragni per tesserle lui la abbandonò. Voleva vedere brillare le stelle e camminare la luna e trine e tele glielo avrebbero impedito”.

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