Brindisi n.173/ Un Chianti per “il Bramante”

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Povero Chianti, il Re dei rossi, il più italiano dei vini, prestigioso e corposo, elegante e illustre, costoso (in genere) e complesso, antico e importante (Doc dal 1967 e Docg dal 1984), per me però resta il vino di Hannibal Lecter. Ogni volta che me ne portano un bicchiere penso al Silenzio degli Innocenti: “Mi mangiai il suo fegato, con un bel piatto di fave e un buon Chianti” (lo trovate qui ). Siamo al Granbar, piazza Gran Madre, un’istituzione, e uno dei pochi locali aperti ad agosto. Vista Po, e Mole. Per 5 euro con un bicchiere di Chianti (troppo caldo) ti omaggiano di due mini bruschette (con 10 hai l’aperitivo a base di sushi). Lo ricordavo un locale per millenials un po’ snob, per feste di laurea di neo-togati e party pre-cena di futuri rampolli, invece ho trovato turisti tedeschi scottati in Birkenstock, mamme con passeggini. E fumatori solitari che occupano un tavolo da soli: quando uno di loro si decide a pagare il conto, subentriamo noi fino al tramonto. A parlare di lavoro, ma non di quello che si fa, piuttosto di quello che si è. L’amico (architetto) consiglia: “Se prima costruivi le cattedrali, ora puoi progettarle”. Poi aggiunge: “Come il Bramante, insomma”. Ahahah. Dice che organizzare, gestire, ideare, può essere ancora più stimolante che eseguire.

Partecipanti, 2: io e l’amico.

Un brindisi per “il Bramante” a questo punto, perché progettare può essere affascinante almeno quanto costruire. Lo scoprirò (solo scrivendo).

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