Brindisi n.185/ Un Sangiovese e un Greco di Tufo “per il retrogusto”

“Cosa resta di un brindisi antico di cui per colpevole indolenza non ho scritto subito?” Siamo alle Ogr, le officine grandi riparazioni di Torino trasformate in ristorante, sala concerto, mostre, co-working. È un giorno di fine marzo, al tramonto. Andateci a quell’ora perché il sole filtra dalle vetrate in un modo giocoso e rilassante. Ci  fa sembrare attori su un palco, selezionati dall’occhio di bue. Ma siamo solo due amici ritrovati, che si aggiornano sui retroscena delle rispettive  vite. Io bevo un Sangiovese della cantina Petra, in Toscana, Val di Cornia. Un rosso che di solito non ho nel cuore, ma che ogni volta mi fa ricredere. Questo sa di ciliegia, è elegantemente tannico, gradevole, minerale sul finale e si chiama “Alto”. Lui sceglie un Greco di Tufo della Tenuta Cavalier Pepe, in Irpinia. Credo gli piaccia: lo deduco dal bicchiere, che si svuota in fretta. I nostri rendez-vous sono sempre più rari, ma questa è una consapevolezza postuma, è il retrogusto lasciato da “un brindisi antico di cui per colpevole indolenza non ho scritto subito”.

Partecipanti, 2: io e un amico caro (che lascio anonimo).

Un brindisi per “il retrogusto”: mi piace la parola, mi piace il concetto, mi piace l’idea che qualsiasi situazione abbia un lascito, come nel vino, una sorta di “eco”, qualcosa che sul momento non sai, non puoi sapere. Ma che poi emerge, arrivando a dare senso e completezza al sorso ormai finito. A volte a cambiarne il giudizio.

 

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